Maria: misericordia, grembo di vita

mangochi-masukuSalve Regina, madre di misericordia. Tutte le sere, da abbazie, certose, conventi, eremi, cappelle, da quasi mille anni il canto della Salve benedice il giorno che muore, simbolo della sera della vita, nel nome della «madre della misericordia». Perchè affidarsi a lei? Forse perchè, mentre il Padre è il giudice giusto, Maria ne mitiga la severità, intercendendo per noi con la sua dolcezza materna, fino ad avere la meglio sulla severa giustiza divina? No, questi sono significati in parte distorti e, in parte infantili. Il padre di tutta la misericordia rimane Dio. Forse possiamo entrare più addentro nelle parole, ricordando che, in ebraico, misericordia si dice rahamin, plurale di rehem, utero, il grembo di madre da cui proviene la vita.

Non dobbiamo mai separare l’idea di misericordia dall’immagine di materna origine, grembo di vita; essa ci parla di un Dio che presiede a ogni nascita e rinascita, perchè «noi nasciamo a metà e tutta la vita ci serve a nascere del tutto» (M. Zambrano). La misericordia assoluta si realizza nel grembo di una donna, quando accoglie in sè un seme di vita e restituisce un frutto: benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo. Noi tutti viviamo perchè una donna un giorno ci ha detto il suo sì, ci ha accolto nel suo grembo, ci ha dato la sua misericordia-rahamin.

Maria è madre di misericordia prima di tutto perchè accoglie nel suo grembo il Figlio di Dio, come terra pura protesa granello per granello ai semi dello Spirito. Davanti a lei Dio si inchina e attende il suo sì, attende la misericordia primordiale che solo lei può accordargli: un grembo in cui farsi carne. Maria è misericodiosa con Dio. Lo accoglie nella sua carne e nella sua vita. E di questo si tratta anche per noi: di essere misericordiosi con Dio, di accoglierlo, offrirgli tempo e cuore. Forse poi saremo più misericordiosi gli uni con gli altri. Questo comporta dargli casa in noi, aiutarlo a rimanere vivo in questo mondo ostile e in questo cuore distratto. Tocca a noi diventare madri di misericordia, fargli spazio nel cuore, aiutarlo a incarnarsi ancora in queste case, in queste strade, in queste piazze, in questi dolori. Dio non si merita, si accoglie. E si custodisce.

Verrà lo Spirito, ti coprirà con la sua ombra e tu sarai madre. L’angelo che è entrato da lei entra in ogni casa a dire ancora che lo Spirito altro non fa che portare avanti instancabilmente la perenne, ininterrotta, in-finita incarnazione di Cristo, allora in Maria ora in me: oggi ancora il Misericordioso senza casa cerca casa, e la cerca proprio in me.

mamma-e-bimbaLa Salve Regina contiene un’altra espressione molto suggestiva: volgi a noi quegli occhi tuoi misericordiosi. Occhi di misericordia. Ma che soccorso può portare un occhio che ti guarda con amore? Preghi così e sai che qualcuno ti guarda, ha cura, attenzione, cuore per te. Non sei gettato via, affidato solo a te stesso e ai tuoi naufragi. Non sei uno scarto, rifiutato e gettato tra la spazzatura o in una fossa comune, ma sei affidato alle cure di una madre. Una madre accanto al letto del figlio malato non può guarirlo, non è un chirurgo che recide ed estirpa il male dalla dolce carne amata, tuttavia può consolarlo con la sua carezza, può non lasciarlo solo a lottare con le sue paure, può fargli amare ancora la vita. Occhi misericordiosi che se non portano la soluzione del problema, annunciano che il respiro di Dio è intrecciato col mio respiro. […] E ci aiuta a spingere verso l’alto, con tutta la forza, qualsiasi cielo oscuro che incontriamo.

Ermes Ronchi

fonte: Messaggero di Sant’Antonio, dicembre 2016

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